Famiglia

Convivenza di Fatto 2018: le novità dopo La legge Cirinnà

Qui trovi tutto ciò che devi sapere sulla convivenza di fatto dopo l’entrata in vigore della legge Cirinnà. Come tutti sappiamo la legge “Cirinnà” del 20 maggio 2016 n. 76 ha riformato il diritto di famiglia introducendo in Italia le unioni civili tra persone dello stesso sesso.

Quello che molte persone però non sanno è che questa legge contiene una seconda parte passata un po’ in sordina che regolamenta per la prima volta a livello nazionale la convivenza di fatto delle coppie sia eterosessuali che omosessuali.   Le coppie conviventi, indipendentemente dal sesso dei componenti, possono ora  regolare gli effetti patrimoniali della loro convivenza di fatto ed avere tutela.

Convivenza di fatto e Famiglia di fatto

La famiglia di fatto è costituita da persone che, pur non essendo legate tra loro da alcun vincolo matrimoniale, convivono stabilmente con il sostanziale rispetto dei doveri coniugali insieme agli eventuali figli nati dalla loro unione. In essa manca un atto formale a cui ricollegare il rapporto per qualificarlo giuridicamente e viene, pertanto, ricompresa in quelle “formazioni sociali” tutelate dall’art. 2 della Costituzione.

La convivenza di fatto fino alla legge Cirinnà

Fino all’entrata in vigore della legge Cirinnà, il legislatore italiano aveva disciplinato solo l’istituto del matrimonio, prevedendo i diritti e doveri facenti capo ai coniugi. Per  le famiglie di fatto, ossia quelle basate su una convivenza di fatto, anche detta convivenza more uxorio ( ovvero “come se si fosse sposati”), nulla era previsto.

Il fatto che due persone convivessero e collaborassero alle spese domestiche costituiva un semplice adempimento spontaneo di doveri  etici e morali, non previsti dalla legge e non dovuti. L’impegno assunto dai due soggetti non era vincolante dal punto di vista della contribuzione patrimoniale, dell’ assistenza morale e della fedeltà reciproca.

Cosa è cambiato per le convivenze di fatto dopo l’approvazione della legge Cirinnà

Per chi ( eterosessuale o omosessuale) desidera dichiarare il proprio legame di convivenza e vederlo riconosciuto dal punto di vista giuridico,  grazie alla Legge 76/2016, la convivenza è riconosciuta dallo Stato come contratto di unione tra individui.

Con «conviventi di fatto» si intendono  due  persone  maggiorenni  unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di  reciproca  assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile.

Per l’accertamento della stabile  convivenza  è necessaria la registrazione della convivenza della coppia all’anagrafe del Comune di residenza. La registrazione anagrafica ha proprio lo scopo di facilitare la prova della convivenza

Registrazione della convivenza di fatto e contratto di convivenza

Quali sono i vantaggi che derivano dalla registrazione della convivenza? E cos’è, invece,  il contratto di convivenza di cui parla la legge Cirinnà? Bisogna subito precisare che i diritti riconosciuti dalla legge valgono anche per le convivenze registrate all’anagrafe e non sono affatto subordinati alla stipula di un contratto di convivenza.  

Il contratto di convivenza  serve esclusivamente a regolare gli aspetti economici della convivenza 

Quindi, ricapitolando:

  • I conviventi che vogliono vedere riconosciuti i diritti sanciti dalla legge Cirinnà devono fare registrare la loro convivenza all’anagrafe, in modo che ci sia la prova di questo rapporto. Per l’ iscrizione all’anagrafe è sufficiente che uno dei due conviventi presenti il modello di dichiarazione di residenza all’ufficio anagrafico del Comune dove si intende fissare la propria residenza o inviarlo per raccomandata, via fax o mail, puntualizzando che si tratta di «Convivenza per vincoli affettivi». Chi compila il modulo è il «soggetto che dirige la convivenza». Al modello bisogna allegare i documenti di identità di entrambi i soggetti.
  • se i conviventi vogliono, possono, in aggiunta, sottoscrivere anche un contratto di convivenza per regolare le questioni patrimoniali.

Il contratto, che non è necessario per il riconoscimento dei diritti previsti dalla legge ma serve a regolare con maggiore precisione gli aspetti economici della convivenza e le modalità di contribuzione alle necessità della vita in comune, anche in caso di eventuale separazione.

Andiamo con ordine.

Con la legge Cirinnà vengono riconosciuti una serie di diritti per i conviventi, attraverso un’estensione dei diritti previsti in favore dei coniugi:

1. Il convivente ha diritto di visita in carcere o in ospedale prestando assistenza al partner in caso di malattia ed avendo accesso alle informazioni personali, acquisendo voce in capitolo per quanto riguarda il trattamento,  con le stesse regole previste nel matrimonio;

2. Il convivente può essere nominato tutore o amministratore di sostegno se il partner viene dichiarato inabilitato. Ciascun convivente può designare l’altro come suo rappresentante, con poteri limitati o assoluti, per le decisioni in materia di salute in caso di malattia che comporti incapacità d’intendere e di volere.

3. Nel caso di morte ciascun convivente può designare l’altro come suo rappresentante per quanto riguarda la donazione di organi, funerali, le modalità di trattamento del corpo. Questa designazione può avvenire attraverso uno scritto autografo oppure in forma verbale davanti a un testimone.

4. Con riferimento ai diritti relativi all’abitazione:

      • In caso di morte del convivente intestatario del contratto di affitto, il partner può succedere all’altro  nel contratto e rimanere nell’immobile. Questo diritto si estingue in caso di una nuova convivenza con un’altra persona o in caso di matrimonio o unione civile;
      • Se il convivente deceduto era proprietario della casa di abitazione della coppia, il partner può continuare a vivere nella dimora per altri due anni o per un periodo pari alla convivenza se superiore a due anni, ma comunque non oltre i cinque anni. Se nella casa di convivenza comune vivono i figli della coppia o i figli di uno dei due, il convivente che sopravvive alla morte dell’altro può rimanere nella casa comune per almeno tre anni.

5. Al convivente spetta il risarcimento del danno, similmente a quanto previsto per marito e moglie, in caso di morte del partner per infortunio sul lavoro o altro fatto illecito.

6. Il convivente di fatto che lavora all’interno dell’impresa del partner ha infine diritto a una partecipazione agli utili e agli incrementi dell’azienda. Non è invece attualmente concesso ai conviventi di stipulare il fondo patrimoniale.

NB: La convivenza non dà diritto alla pensione di reversibilità.

Convivenza di fatto e Contratto di convivenza

I cittadini maggiorenni che facciano parte di coppie sia eterosessuali (in alternativa al matrimonio) che omosessuali (in alternativa all’unione civile) la cui convivenza sia registrata all’anagrafe di residenza, possono decidere di stipulare tra loro un contratto di convivenza. Questo contratto serve per regolare le questioni patrimoniali: esso contiene l’indicazione della residenza, le modalità di contribuzione alle necessità della vita in comune, il regime patrimoniale della comunione dei beni.

Questo patto può prevedere una serie di accordi e di regole della propria convivenza, dalla regolamentazione dei rapporti patrimoniali alle conseguenze in caso di cessazione della convivenza. Il contratto di convivenza può contenere l’indicazione della residenza comune, le modalità di contribuzione alle necessità della vita comune, il regime patrimoniale della comunione dei beni.

Il contratto, a pena di nullità, non deve essere sottoposto a termini nè vincolato al rispetto di particolari condizioni e deve essere redatto nella forma di atto pubblico ( davanti ad un notaio) o scrittura privata autenticata da un notaio o un avvocato. La forma scritta è necessaria, oltre che per la sottoscrizione del contratto, anche per  la sua eventuale modifica o risoluzione.

Per la predisposizione dell’atto è quindi necessaria l’assistenza di un professionista, che verifichi la corrispondenza delle pattuizioni alla legge.  Il  professionista incaricato, oltre che curare l’inserimento delle clausole di interesse della coppia e consigliarla su quelle più utili alla tutela dei loro diritti e doveri, dovrà iscrivere il contratto all’anagrafe di residenza dei conviventi, passaggio necessario perché il contratto abbia valore anche nei confronti dei terzi. 

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Cessazione della convivenza  

Il contratto di convivenza si scioglie in caso di matrimonio o unione civile tra i due conviventi o tra uno dei conviventi ed un’altra persona, per morte di uno dei contraenti, per volontà delle parti.

Lo scioglimento per accordo delle parti o per decisione di una sola di esse deve essere redatto in forma scritta. Se il contratto di convivenza prevedeva il regime di comunione di beni, lo scioglimento del contratto comporta anche lo scioglimento di questo regime patrimoniale, con le conseguenze sancite dal Codice Civile.

Nel caso di recesso unilaterale dal contratto di convivenza, il professionista che riceve o che autentica l’atto è tenuto  a  notificarne  copia all’altro contraente. Nel caso in cui la casa  familiare  sia  nella  disponibilità  esclusiva  del recedente, la dichiarazione di recesso deve contenere a  pena  di  nullità il termine, non inferiore a  novanta  giorni,  concesso  al convivente per lasciare l’abitazione.

Diritti successori e reversibilità nella convivenza di fatto

Per i conviventi di fatto non sono previsti diritti di successione, e non è possibile ovviare al problema nemmeno inserendoli nel “contratto di convivenza” in quanto la legge vieta i patti successori. L’unica soluzione in questa ipotesi è fare testamento, prestando attenzione a non superare la cd “legittima” dei familiari più stretti.

Bisogna inoltre fare attenzione al peso fiscale dei trasferimenti immobiliari. Il convivente di fatto che eredita per testamento deve versare l’imposta di successione all’8% -senza alcuna franchigia-sul valore corrente dei beni che compongono l’eredità (per gli immobili si considera il valore catastale).

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In caso di cessazione a causa della morte di uno dei due contraenti,  al convivente superstiti  non spetta la pensione di reversibilità INPS.

Obblighi di “mantenimento” e assegno alimentare

In caso di cessazione della convivenza di fatto, il giudice può riconoscere al convivente  che si trovi in stato di bisogno il diritto ad un assegno alimentare.

A differenza di quanto succede per le coppie sposate, non è possibile richiedere il “mantenimento”: gli alimenti sono relativi solo alla necessità di sopravvivenza dell’ex partner e sono quindi inferiori in importo al mantenimento. Inoltre l’’obbligo di versamento degli alimenti è a tempo determinato, non illimitato.

L’ammontare dell’assegno alimentare e la durata sono stabiliti in ragione della durata della relazione e sono determinati tenendo  conto della situazione di bisogno del ricevente e della condizione economica di chi è tenuto alla somministrazione.

Per orientamento consolidato della giurisprudenza, lo “stato di bisogno”  è caratterizzato per l’alimentando dall’impossibilità di provvedere al soddisfacimento delle necessità primarie, quali il vitto, l’abitazione, il vestiario, le cure sanitarie, in relazione alle sue effettive condizioni, tenendo conto di tutte le risorse economiche di cui può.

Il diritto all’assegno alimentare è irrinunciabile che trova fondamento nella solidarietà familiare, inderogabile anche da parte dell’eventuale contratto di convivenza, vista la sua natura di soccorso. La norma sull’assegno alimentare non è retroattiva: il diritto agli alimenti riguarda solo i rapporti cessati a partire dal 5 giugno 2016.

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